Sono arrivata alla fine di questo viaggio.

Una delle frasi che porto sempre con me in ogni esperienza sono le parole tratte dalle sacre scritture: “This too shall pass.”

Non significa soltanto “Anche questo passerà”, ma ci invita a riflettere sulla natura impermanente di ogni cosa. Ogni secondo scivola via, come sabbia nella clessidra. Possiamo apprezzare le partenze perché esistono i ritorni, e possiamo valorizzare i ritorni quando siamo consapevoli di aver fatto qualcosa che pensavamo fosse al di là delle nostre stesse capacità.

Uno dei film che più mi appassiona e che spesso propongo ai miei studenti è True Spirit, disponibile su Netflix. Racconta la storia Jessica Watson, la ragazza più giovane ad aver circumnavigato la terra in barca a vela. Amo farlo vedere in classe perché il mondo è pieno di persone pronte a dirti di “mettere la testa a posto” e smettere di credere nei sogni. Io, invece, vorrei insegnare a osare.

La scena che mi commuove ogni volta è quella del ritorno al porto di Sydney, con il sottofondo musicale Home di Dotan. Racchiude la gioia autentica di aver compiuto qualcosa che si credeva “troppo grande”. Racconta con le immagini l’emozione che si prova a dire: “ce l’ho fatta”. E, soprattutto, wow! Non pensavo. Quello che ho portato a termine era davvero nelle mie corde.

Il mondo è pieno di racconti di viaggi e grandi imprese, spesso al maschile. Nell’immaginario collettivo, la donna resta a casa ad attendere, a prendersi cura del focolare. Il movimento e il rischio sono stati culturalmente assegnati agli uomini; l’attesa e la stasi alle donne. Al massimo, la figura femminile accompagna o si fa accompagnare. Raramente parte da sola. O meglio. Quando lo fa, spesso resta, inosservata…basta analizzare un po’ di letteratura. Che peso ha il vissuto delle donne in tema di esplorazioni?

Forse è per questo che True Spirit mi piace così tanto: dà voce a una delle tante ragazze che scelgono l’avventura, rischiano — e riescono.

I commenti prima della partenza?

“Stai attenta”, “ti farai violentare”, “l’India non è un paese per donne”, “se vedi che non è il caso, torna”, “facci sapere se sei ancora viva”…Molto. Incoraggiante.

E invece non è stato così.

Non mi sono mai, e dico mai, sentita in reale pericolo.

Mi sono divertita. Ho conosciuto persone nuove. Mi sono fatta nuovi amici. Ho sognato. Ho sorriso. Ho imparato. Ho avuto momenti di sconforto. Mi sono rialzata. A volte mi è anche mancata la comodità di casa. Tutto nella norma.

So bene che ci sono viaggi e imprese molto più difficili e rischiose del mio, ma questo articolo non vuole fare paragoni: vuole solo raccontare il significato simbolico che questa esperienza ha avuto per me.

Quando ho preparato lo zaino per la partenza, ho impostato due sveglie solo per ricordarmi di infilare il libro Sulla riva di Assi Ghat tra le tante cose necessarie.

Era questo il motivo che, in fondo, mi portava fin qui: lasciare quel libro come offerta sulle rive del Gange, proprio ad Assi Ghat.

Ora, ogni tanto, mi diverto a immaginare Ganga, la divinità del fiume, un po’ spazientita mentre cerca di leggere le mie poesie in Italiano! Perché credo che lei conosca solo il Sanscrito o l’Hindi! Chissà.

E questa immagine mi fa davvero sorridere.

Quindi che dire? Tutto questo è stato un piccolo passo dal “non ce la farò mai” al “invece ce l’ho fatta!”, che spalanca le porte ad altre sfide future.

Lezione imparata

I limiti che ci imponiamo non nascono solo nella nostra mente.

Spesso sono la somma delle voci assorbite dall’ambiente in cui viviamo — voci che risuonano dentro di noi anche quando non ce ne accorgiamo.

Per questo, il lavoro quotidiano di ricerca della propria voce autentica è un vero e proprio dovere morale verso noi stessi.

Significa prendersi cura di sé: imparare a riconoscere quelle voci esterne, lasciarle andare, e continuare con coraggio il proprio cammino.

Delhi?

Caotica, viva, piena di contrasti. Da visitare, assolutamente.

Una piccola tip di viaggio: spesso ignorato, ma vi consiglio di passare al Dilli Haat, un mercato coloratissimo con artigianato locale proveniente da tutti gli stati dell’India, frequentato per lo più da locali. Bellissimo.

Andate assolutamente al bianchissimo tempio Shikh Gurdwara Bangla Sahib! Il mio preferito!

✈️ Riassunto veloce del viaggio:

Voli intercontinentali: 2

Voli interni: 2

Voli ancora da prendere: 2

Treni: 6

Autobus: 3

Alloggi: 10

Città visitate: 10

Tuk tuk: infiniti

Chapati: infiniti

Intossicazioni alimentari: 0 (!)

Tentativi di truffa: almeno 10

Docce calde: 6

Kg del bagaglio all’andata: 10

Kg del bagaglio al ritorno: 19 (!)

Grazie!

Pensavo che questo blog sarebbe stato un diario personale, e invece è diventato una pagina viva e partecipata.

Grazie per i messaggi, gli incoraggiamenti, il tempo prezioso che mi avete dedicato leggendo e scrivendo nel form contatti, per gli inviti (numerosi!) a trasformare questa storia in un libro.

Chissà… magari lo scriverò davvero.

Il blog si ferma qui?

Assolutamente no.

Racconterà ancora di spiritualità, yoga, viaggi e a tanto altro.

Intanto, grazie! Di vero cuore.


2 risposte a “Delhi. Sulla strada del ritorno”

  1. Avatar Anna
    Anna

    Sono ancora più convinta di ciò che ti ho detto ieri. Buon ritorno.

    1. Avatar Giulia
      Giulia

      Grazie mille Anna. E grazie per essere stata con me tutto il viaggio! A presto

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