Orchha e Khajuraho

In questo mese – e negli articoli precedenti – ho sempre cercato di raccontare il lato positivo del mio viaggio. Ho messo in luce gli aspetti giocosi, leggeri, le cose che mi hanno fatto sorridere e sentire grata.

Ma è stato realmente tutto facile? No. Non lo è stato.

Non ricordo l’ultima doccia calda che ho fatto.

Ho viaggiato sui treni anche in terza classe. In uno di questi dei ragazzi, prima di scendere alla loro fermata, mi hanno avvisata di fare attenzione all’uomo che avevo di fronte. Sembrava ok. Ma di chi fidarsi? Che fare ora?Dopo un’oretta é sceso. Per fortuna.

Ho trattenuto la pipì per sette ore durante un viaggio in autobus tra buche e curve (che non aiutano se te la stai facendo addosso!), perché i bus qui non si fermano per queste “inutili” necessità fisiologiche.

A tutto questo ho sempre risposto nella mia mente con un pensiero: Ok. È così. Tutto passa.

Ma stanotte no.
Stanotte ho detto: “È abbastanza.”


Partiamo comunque dalle cose belle.

Orchha è un gioiellino sulle rive del fiume Betwa. Un luogo costellato di guglie appuntite e strutture medievali. Camminando tra quelle architetture sembra di entrare in una favola.

Khajuraho? L’ho visitata in giornata. Tre ore all’andata, tre al ritorno in auto. Bella, certo. Ma sopravvalutata. Eccessivamente turistica. Troppi venditori insistenti, quasi molesti, che tolgono un po’ della magia al luogo.


La cosa che mi è piaciuta di più a Orchha?
Tagliare le verdure.
Sì, davvero. Tagliare le verdure seduta a terra nella cucina della homestay in cui ho dormito i primi giorni. Condividere la quotidianità con la famiglia ospitante: mamma, papà, una figlia che studia belle arti. Preparare la cena insieme, osservare i loro gesti, imparare. Ho provato anche a cucinare il chapati. Diciamo che la forma… era creativa!


Il momento più divertente?

La bellissima venditrice di henné.

Con orgoglio mi ha mostrato che in alcune pagine Facebook dedicate ai viaggi in India: avevano parlato di lei, di questi occhi penetranti e modo di fare solare.

Mi ha raccontato la sua storia d’amore non accettata dalla famiglia. Qui molti matrimoni sono ancora combinati. Ma lei ha scelto di resistere: ha aperto il suo negozio, lavora in autonomia, e sposerà solo chi ama davvero. Nel frattempo, mi ha offerto un chai e mi ha regalato un tatuaggio all’henné su entrambe le mani. Bellissimo! Le donne indiane che incontro me lo dicono continuamente.
“Quanto l’hai pagato?”
“Nulla. Me l’ha regalato.”
“Nulla?!”
“Nulla!”
“Wow!”


Il momento meno divertente?

Oh, Shit! Letteralmente.

Alle sette del mattino, appena uscita di casa… ho pestato una bella cacca fresca di mucca. Oh shit, davvero!


Dalla favola all’incubo. Quando ho detto basta.

Una sera, la famiglia della homestay ha avuto un’emergenza: qualcuno è stato male ed è corso in ospedale. Mi hanno chiesto, alle 21:00, di raccogliere le mie cose e spostarmi in un’altra famiglia.
Ok, ho pensato. Ma…
Piccolo problema: niente elettricità nella stanza. Buio pesto. Non riesco a fare i bagagli se non ci vedo!

Dopo dieci minuti arriva un ragazzo che – mettendo le mani su dei fili elettrici sul tetto che scintillavano (ho seriamente temuto che rimanesse fulminato) – riesce a far tornare la luce. Almeno per un po’.

Le mie borse vengono spostate in fretta da delle persone che sono arrivate.
Cambio stanza. C’è luce. Qualche insetto in camera, ma ormai è tardi.
Ok. Si può fare.

Vado a farmi una doccia.
Niente acqua.
Sono le 23:00 e tutti dormono.
Uso mezza bottiglia d’acqua per una mini doccia. Mi sento un po’ febbricitante, gola in fiamme per via dell’alternanza tra pioggia e aria condizionata.
Prendo una Tachipirina, accendo la lucetta portata da casa, metto il mantra di Durga su Spotify per rilassarmi e cerco di dormire.

Mi sveglio di soprassalto.
Uno scarafaggio mi sta correndo sulle gambe.
È salito nel letto nonostante la zanzariera.
Che schifo!
Lo butto giù, provo a riaddormentarmi.

Rumori. Corse. Squittii.
Topi. Tanti.
Sopra la mia testa. Corrono su una stoffa fissata al soffitto.

Mi irrigidisco. È come essere finita in un racconto dell’orrore di Edgar Allan Poe.

Dico basta.
Sveglio l’host. Mi risponde: “I topi qui sono normali.”
Rispondo: “No. Non lo sono. È la prima volta che mi capita in una homestay.”

Alla fine ammettono che quella stanza era chiusa da mesi. Sistemata all’ultimo, in emergenza.

Altro trasloco. Mi spostano nella casa principale. Dormo qualche ora, con fatica.

La parte tragicomica?
L’host, prima di spostarmi, mi aveva proposto una soluzione rassicurante:
“Tu dormi qui, e io resto sulla sedia tutta la notte a controllare che i topi non ti salgano sul letto.”


Lezione imparata

A volte è necessario dire dei no chiari e fermi, subito.
Aspettare che le cose migliorino da sole non funziona.
Non è sempre un atto di pazienza. A volte è solo un ritardo nell’auto-protezione.


Epilogo

La febbre è passata. Sono provata, sì. Ultima tappa? Delhi!


Piccolo riassunto:

Cene consumate con la famiglia: 2

Chapati fatti da me: 4

Tatuaggi all’henné: 2

Orecchini comprati: 5

Bronzetti di Ganesha: 6

Stanze cambiate: 3

Scarafaggi trovati sul letto: 3

Topi in stanza: troppi!


E per chiudere con filosofia?

Una persona incontrata durante questo viaggio mi ha detto:

“Guarda l’erba. È la pianta che resiste di più alle intemperie.
Lei è la più resiliente. Sa quando è il momento di piegarsi. E così resiste.”


Una risposta a “Ne ho abbastanza! Imparare a dirlo.”

  1. Avatar Anna
    Anna

    Immagino che ribrezzo. Però mi pare di capire che sono molte di più le sensazioni e i ricordi positivi che porti a casa.

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