Scrivere un blog non richiede perseveranza, richiede coraggio. Quell’audacia — o quel tanto che basta di spavalderia — per andare oltre la voce che arriva ogni volta che ti siedi alla scrivania, tablet alla mano, mani sulla tastiera, e ti dice: «Ma che lo fai a fare? Tanto non ti leggerà nessuno.»
Ecco, scrivere è precisamente quella cosa che inizia quando lasci che quel suggeritore bastardello continui a dire le sue stupidaggini nel suo angolo — e tu lo fai lo stesso. Ed è così che si apre l’intuizione, e si inizia a vedere meglio.
Questa settimana, con i gruppi che seguo — e che con paziente dedizione si lasciano guidare da me (grazie!) — ci siamo dedicati a Matsyendrasana.
Amo questa posa, forse perché mi ricorda il mare e mi fa pensare al grande dio Nettuno, o — non so perché — al padre di Ariel nel cartone animato. Anche se c’entra ben poco con entrambi.
Lascio ai lettori il piacere di scoprire tutta la vicenda — facilmente reperibile con una domanda all’AI — ma vi dico solo che Matsyendra è un uomo che si riscatta. Che impara nel momento più buio: assorbe gli insegnamenti sulla saggezza che Shiva racconta a Parvati, nella pancia di un pesce, dopo essere stato inghiottito da quel pesce. Qui la storia ricorda la favola di Pinocchio — anche qui il parallelismo è un po’ tirato, ma mi diverte. Si forma, cresce, origliando non visto, e accumula saggezza. Solo quando è pronto torna sulla terra come il grande saggio Matsyendra. Nonostante quello che hanno detto su di lui, nonostante un astronomo abbia predetto per lui un destino nefasto — e soprattutto anche quando sembra tutto perduto. Persiste, impara, apprende e cambia il suo destino.
Nella posa dello yoga si compie una torsione profonda, quasi impossibile — girarsi a centottanta gradi, guardarsi oltre le spalle. Ci dicono che occorre sempre guardare avanti: «Vai avanti, guarda avanti, sempre avanti.» Non è vero.
A volte è necessario guardarsi alle spalle — non per proteggersi, ma per osservare il lato più oscuro delle nostre profondità e illuminarlo. Sciogliere il nodo. Muovere il karma.
Matsyendra ci insegna che anche quando tutto sembra perduto, quando ci sentiamo nella pancia di un pesce e il mondo si è dimenticato di noi, si può crescere come un seme che affonda le radici nel silenzio — per poi tornare a fiorire, al momento giusto, come una nuova primavera.


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