È arrivato il momento di scrivere questo articolo, dopo tanti giorni in cui lo tenevo dentro di me. Ci ho pensato a lungo: alle cose più urgenti da condividere, a come esprimere le emozioni dei giorni trascorsi a Varanasi.
Ho aspettato di andarmene. Di essere finalmente sul treno che mi sta portando verso Mabikpur. Sto sorseggiando un chai. Sì, l’ho preso dai venditori sul treno, e questo, per me, significa molto: finalmente ho smesso di avere così tanta paura di star male, di mangiare e bere in contesti non “occidentalizzati”.
Il silenzio del vivere
Nei giorni scorsi non ho scritto nulla. Di solito prendo appunti, scrivo qualcosa al volo sul telefono o su un quaderno. Ma questa volta no.
Questa volta ho vissuto. Ho camminato, annusato, osservato. Ho assorbito. Mi sono nutrita di tutto quello che attorno a me vibrava. Ho dormito pochissimo. Mi sono svegliata ogni mattina alle 4 per assistere o partecipare a cerimonie. Anche oggi ho poche ore di sonno alle spalle, ma era giusto così: era giusto andare a vedere l’Aarti all’Assi Ghat, che iniziava alle 5, per salutare nel modo più degno un posto che per me è diventato così importante.
Il Gange e l’Aarti
Il Gange è ancora in piena, per via della stagione monsonica. Ma in questi giorni ha fatto molto caldo, e così l’acqua si è ritirata abbastanza da permettere di assistere ancora una volta alla cerimonia così come la ricordavo.
L’Aarti è un rituale della tradizione induista che si svolge ogni giorno all’alba e al tramonto, ricco di fuoco, luce e preghiere. Con il ritirarsi del fiume, è stato possibile ripristinare la piattaforma dove si tiene solitamente, in una cornice scenografica potente. Di questo sono profondamente grata.
Il mio vero rituale
Ma non è solo di questo che voglio parlare. Il vero rituale, quello che per me ha dato senso a tutto questo viaggio, è stato un altro. Non sono qui per visitare o per fare la turista. Sono qui per cercare, fuori e dentro di me.
Lo scorso anno ho scritto un libro. Una raccolta di poesie nata dopo il mio primo viaggio a Varanasi, due anni fa. Si chiama Sulla riva di Assi Ghat. Avevo promesso che, una volta pubblicato, sarei tornata a offrirlo alle acque del Gange.
Ed è proprio quello che ho fatto.
Il 24 luglio
Il 24 luglio, all’alba, sempre alle 5, ho compiuto un piccolo rito. Un gesto semplice e intimo, come lo è la raccolta stessa. Ho lasciato il libro andare, in un cestino galleggiante, nel fiume. Un bramino del posto, ora anche amico, mi ha aiutata. Non c’erano spettatori. Non c’era pubblico. Solo alcune persone intente nelle loro personali offerte, il Gange, la luce morbida del mattino, le mie parole che prendevano il largo.
Sulla riva di Assi Ghat verrà letto solo da una cerchia ristretta di amici e appassionati di poesia. Ma per me ha un valore immenso. Soprattutto ora. La puja che ha accompagnato il suo viaggio è stata, per me, un momento di rinascita e liberazione.
Non possiamo decidere quando nascere.
Ma possiamo scegliere quando rinascere.
E così il 24 luglio sarà, d’ora in poi, una data da ricordare.
In fondo, ho sempre desiderato fare il compleanno in estate.
Varanasi in breve
Varanasi è tutto.
Vita e morte.
Templi, pellegrini, devozione, canti, fuoco, cenere.
Ghat.
Se sentite che il vostro percorso vi conduce lì, vivetevi i Ghat. Sedetevi sui gradoni e osservate il fiume che scorre. Guardate cosa fanno le persone del posto. Perdetevi nelle viuzze strette. Se trovate un piccolo tempio, sedetevi un momento. Lasciatevi cullare.
Una frase che mi è rimasta impressa
Il Gange è sacro… e diventerà sempre più sacro grazie alla devozione delle persone che ogni giorno affidano a lui le loro preghiere.
Lezione imparata
È la nostra devozione, la cura, l’impegno, la speranza, l’attesa… e sì, anche la magia con cui viviamo, che riempie l’esistenza di significato.


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